Marzia Marturano nata a Roma nel 1966.

Studi classici e laurea in lettere e filosofia.
Indirizzo Storico-Artistico
Apprendistato presso studi di artisti di fama internazionale.
Mostre in Italia e all’Estero.
Presentazione dell’artista:
Vivere l’arte è un lusso impagabile, un divertimento senza eguali una dimensione di irrealtà che ci prepara alla riflessione poetica, diciamo che è alla base degli spunti letterari.
Gli artisti sono infatti abili scrittori, conoscendo la sintesi del segno sanno cogliere l’essenza della realtà e la rimodellano con parole, parole disegnate in prose “romans”.
Sull’astrazione, che io chiamo ab.straction , le dinamiche del colore sforano ogni tipo di sintassi e lasciano simboli direi alla base della metafisica. E’ comunque una definizione di elaborati che liberano il pensiero su un piano infinito dove ogni tratto può significare tutto e niente … è comunque una dimensione estetica e la difficoltà nell’esecuzione non esiste tanto da essere comparato ad un free.jazz musicale.
La precisa ricerca nelle elaborazioni di maestri del classicismo italiano e delle avanguardie del ‘900, oggi chiamati genialità, mi ha dato un input: presentare semplici disegni utilizzando una “figurazione” assolutamente contemporanea, vitale e libera in quanto manifesto di prove d’artista.
Fare l’artista è provare e riprovare per stabilire un rapporto tra realtà e immaginifico,
dove colori e altri materiali sono strumenti di mediazione per questa elementare idea di sintesi,
sintesi tra ciò che è vero e ciò che non lo è.
Invece la scultura è ancora altro. Io modello blocchi di creta producendo opere che restano maschere di terra cruda. Maschere “crude.li” che tratto con effetti di colori metallici sfumandone i contorni, truccandole con tocchi di colori che ne ombreggiano l’”ex.pressività”. Il modellato richiede tempo e astuzia nel cogliere e descrivere l’impressionante severità che caratterizza i “volti”.
Fin dall’antichità la scultura, lavoro per pochi, è stata doviziosa ricerca dell’elemento di autorevolezza dei soggetti rappresentati, severità che indica l’assoluta mancanza di umanità, una “divinizzazione” richiesta dagli stessi committenti.
Le piccole costruzioni in metallo leggero sono un simpaticissimo passatempo, costruzioni di astratte pagine di memorie personali.
Infine due righe sulla pagina “ flash art”. La scelta obiettiva di fotografare in modo decisivo l’elemento reale in tutta la sua veridicità senza alterarne la vera naturalezza. In realtà sono le opere che prediligo, contorno preciso del mio vissuto e del mio sguardo nel mondo in cui esisto … natura che adoro in tutta la sua perfezione. Lo scatto fotografico su un paesaggio è fermare con un secondo di click la bellezza del creato, perfetto in tutta la sua vitale e misteriosa essenza.
Nel mese di luglio sarà presentato in questo spazio “Vita d’artista, la mia”, un lungo racconto, un voluminoso diario personale dove traccio con semplicità le esperienze a me più care e le situazioni più esaltanti nel mio percorso di intellettuale indipendente … chi lo ha detto che la libertà non esiste?

L'ARTE NON SI STUDIA SI FA

Diceva questo il mio maestro di scultura conosciuto a El Cairo negli anni '90.
Il mondo è una dimensione meravigliosa dove ogni luogo può essere parte di noi che ricerchiamo il perdurare della nostra felicità.
Lei, una fotografa di fama internazionale, mi parlava in quegli anni delle terre colorate che si trovavano in Sinai, terre dalle svariate sfumature per realizzare tinte preziose.
Iniziò con questa curiosità il mio studio di cromoterapia.


Capitolo I

El Cairo. Città vecchia. Quartiere cristiano-copto.
Piramidi di terrecotte, vasai sotto il sole di un mese di gennaio splendente. Aria tersa e fresca nei vicoli meravigliosi della città vecchia. Un ritorno inaspettato. E proprio lì, accanto alla città chiamata dei morti viventi, così definiti i diseredati, ho ritrovato la strada interrotta di un percorso di approfondimento filosofico e antropologico.
Il tassista mi lasciò sullo stradone del mercato, arance, pane,arance e vasi.
Passai con il mio certificato storico e superai la barriera (ONU?) di militari.
Diretta alla chiesa di San Giorgio. Mi guardavo intorno chiusa dalle vecchie mura, quasi scenario dei film di Gesù di Nazareth, stessa austerità architettonica. Di lì a poco palazzi fatiscenti, povertà mascherata dai colori vivaci delle finestre… viola, azzurro, lilla… la povertà non è una vergogna, la vergogna è propria di chi impoverisce.
Iniziai da quei colori lo studio della cromoterapia. Mi sarei affacciata volentieri da una di quelle finestre. Mi sentivo forse nel mio centro.
Il luogo di culto era meravigliosamente semplice, gruppi di adolescenti, seduti a cerchio, dibattevano sottovoce sulla parola di Dio e dei suoi insegnamenti. Finalmente dopo decenni, una chiesa.
I tappeti erano l'unica preziosità.
Nessuna foto per quel viaggio, era solo la meta per l'inizio di un percorso assolutamente mio, da non condividere con nessuno. Io e il mondo, io al di là di ogni trincea o frontiera imposta, alla prova in uno slalom abbastanza pericoloso.
All'interno del quartiere lo scultore mi insegnò: "L'arte non si studia si fa". Una semplice frase ha spesso il significato diluito poi in migliaia di pagine, casomai tradotte in 15.000 lingue.
Le sue sculture erano amuleti tradizionali, splendidi gioielli di metallo povero, ingentilito con colate di patina d'oro. Mi regalò lo scarabeo, in albergo sparì con tutti i miei soldi.
Rimasi con i denari che avevo sempre con me.
Chi rubò lo scarabeo non conosceva però la profezia del furto. In realtà lo scultore mi disse che ogni opera d'arte rimane comunque di proprietà di chi l'ha realizzata, è una parte del sé intuitivo che si fissa con simboli attraverso lo studio dei colori e permane in eterno.
Nessun intenditore d'arte né mecenate, nè acquirente possiede opere. Le conserva ma non saranno mai una proprietà reale, anzi spesso si tratta di opere maledette.
Lo salutai con un bacio sulle labbra, era abbastanza anziano e la sua barba nascondeva le pieghe simpatiche di una sorriso interiore, di saggezza e di amorevole dedizione alla vita.
Appuntai le sue parole nel diario segreto che ho poi nascosto a casa di un acquarellista in una città europea.
Uscita da lì ricordai gli insegnamenti di un artista ebreo ed erano in sintonia con i suoi. Ho appurato con gli anni che ogni opera rimane comunque eterna anche se distrutta può essere riproposta da altre mani in altre parti del mondo.
Fare arte è un cadere in trance, tra intuito, memorie di esperienze modificate e fantasia con originale stile che ne razionalizza il contenuto.
Ho iniziato questo percorso prima del viaggio, nel laboratorio del grande maestro. Ogni tecnica imparata però suonava dentro di me come una vincolante elaborazione di nozioni fuori dal mio pensiero sensibile.
Ad Atene comprai colori e fogli che usai a Sharm nei pomeriggi di relax.
Non mi andava molto, mi costringevo quasi. Non mi piaceva niente di ciò che disegnavo. Scoprii che per me fare arte era solo un passatempo qualsiasi, uno dei tanti passatempi.
Un giorno disegnai sulla spiaggia isolata, dove trascorrevo le giornate, disegnai sul foglio un albero d'oro e prima che il colore si asciugasse seguii le linee facendo cadere lentamente granelli di sabbia.
Poi raccolsi una conchiglia rotta e la portai in camera. Tra la conchiglia e il mio disegno amai la perfezione di quella conchiglia appartenuta chissà a quale paguro, e che storia avesse vissuto un piccolo paguro solo Dio lo sa.
Lo immaginai nella sua esistenza di colori fantastici, nei fondali più belli che ho visto fino ad oggi. Coralli e pesci multicolori un'opera magna da contemplare e non da analizzare. E lì ripresi la contemplazione del bello di natura, dove l'occhio, strumento dell'anima, trasferisce alla mente segnali di densa felicità.
Libera.
Dopo decenni di figurativo applicato nell'era del look e dell'immagine, ritrovai la mia naturale e magnifica dimensione artistica: ab.straction.
Ecco cos'era quella voglia di conoscere direttamente i coni di terre colorate che ritrovai in Egitto. Colori "chiassosi" e densi, brillanti e decisi.
Andai a visitare la scuola del papiro, ma rimasi delusa per l'incuria.
Ma a Sharm applicai gli insegnamenti e decisi di affiancare dei pittori di papiro, e stare con loro nella grande bancarella expo per turisti. 20 gg circa per conoscere tutta la gamma dei colori antichi, e divertirmi a riempire disegni di mitologie arcaiche. L'egittologia sembra una materia difficile, invece l'antichità d'Egitto racchiude una microscopica verità. Una dimensione di cultura che solo in pochi/e conoscono.
Le scuole non possono diffondere ciò che non sanno. Questa è la realtà di ogni istituzionalizzazione del sapere.
Tornai in Italia convinta che dovevo approfondire il mio studio su importanti linee di pensiero che gli storici dell'arte non avevano tramandato.
Da una intuizione iniziò un viaggio, un percorso di studio autofinanziato.
Prima tappa VENEZIA.
Decisi di partire in treno. In valigia l'abito da dama del '700; decisi di vivermi Venezia in modo anacronistico. La città surreale, la città della melodia che adoro, la città sospesa.
Naturalmente sola, dopo un tour in Emilia Romagna.
Il nesso tra la città vecchia di El Cairo e la Giudecca.
Era il Carnevale della mia esistenza, un viaggio alla scoperta delle mie reali aspirazioni.
L' amico lombardo non mi seguì.
Con la mascherina di Arlecchino sul viso e l'abito bianco bello e ingombrante mi "persi" tra la folla di maschere.
Nelle pause disegnavo a biro prendendo spunto dai monumenti che si specchiavano sull'acqua. Acqua malsana e nauseante. Palazzi decadenti ricchezza spenta, silenzio tra i vicoli. Regalai un mio disegno al peruviano che mi donò un piccolo flauto. Il mio strumento preferito, semplice ma con suoni di una dolcezza incredibile.
La memoria mi riportò ai passi di danza classica, i miei 7 anni, nelle coreografie leggere del teatro scolastico.
Ninfe e fauni e l'anziana insegnante.
Divenni amica per 2 giorni di un artista di strada, acquarellista. Studiai i suoi lavori. Fogli per turisti e intanto la passeggiata di gente mascherata era un flusso benevolo.
Lui mi raccontò del le sue difficoltà. Una vita d'artista incomprensibile per altri. La sua esistenza dedicata allo studio ma al limite della sopravvivenza. Un volto direi antico, una bellezza maschile quattrocentesca.
Mentre stendeva l'acqua colorata tra le linee impresse sulle pagine di un album, notavo che il movimento delle sue mani era troppo lento. Denotava insicurezza nell'esecuzione e il suo stile era abbastanza scontato. Acqua troppo diluita pensiero troppo flebile. Mancanza quindi di originalità. Accanto a noi nella strada c'era il venditore di palloncini, un algerino serio e composto. I colori dei palloni sospesi in aria mi sembravano più divertenti di quegli acquarelli. Seguendo i fili che li tenevano in sospensione notavo le sfumature delle nuvole nel cielo, un cielo azzurrino ingrigito da strie di nuvole plumbee. Che meraviglia Venezia e la pioggia che ogni tanto si faceva sentire sulla mia pelle. Goccioline e goccioline, acqua di cielo, acqua di Dio.
Fare arte per molte persone è una condanna, ed è una condanna perché si ostinano a ricercare per tutta la loro esistenza un pensiero originale da tradurre in immagine. E' spesso un rompicapo, che deprime il soggetto che si definisce artista.
A tarda serata mi sedetti sulla scaletta prima di un ponte. L'acqua di cielo scendeva fitta fitta, ma le gocce erano talmente minuscole che mi solleticavano il viso. L'acquerugiola, che sensazione divertente, ma il freddo si diffondeva sotto il mio abito settecentesco … era ora di andare in piazza … e ballai, ballai e ballai.
Il quartiere che studiai nei giorni seguenti quella notte fu la Giudecca.
Seduta sulla panchina riflettevo sulla connotazione urbanistica di quel posto.
Per me Venezia è la città della musica … ed è per questo adorabile.
Le gondole nere e funeree nella loro forma affusolata mi sembravano enormi pesci siluro scivolare tra le calle. E i palazzi aristocratici riflesso opposto delle case di El Cairo vecchia. Eppure un filo di unione tra le due realtà lo compresi. Stessa definizione del concetto di quartiere all'apparenza vivace. Dietro gli stipiti veneziani o dietro le finestre del rione cristiano.copto c'era una stessa idea di casa.
Architetture assolutamente diverse ma ingentilite proprio negli affacci.
Spesso tra l'occhio aristocratico che si nasconde alla vista dei passanti dietro pesanti panneggi di tendaggi decorati e lo sguardo dei diseredati dietro semplici imposte di legno verniciato si trova un nesso: l'impossibilità di essere davvero liberi fuori.
La notte finiva e in stazione presi il treno per Treviso … kilometri di campagna nettamente piatta, pianura e nebbia, nebbia pianura.
E conobbi lì la sorella dell'artista, gallerista e artista anche lei.
A parlare si fece l'alba e passammo le prime ore del giorno a guardare foto… le foto della famiglia dell'artista. Oggi mi chiedo chissà perché.

 

Capitolo II
Viaggio a Parigi


La Francia con il suo gelo e le giornate piovose. Io proiettata in un’atmosfera ottocentina.
Scesa dal treno arrivai al mercato dei fiori nella moltitudine di gente che si sperdeva nelle strade del centro come comparse in fuga.
Mont Martre. Dove era già tutto tradizione. Niente di originale, nessun bohemien. La Francia leccata, imbalsamata, non più irriverente.
Ormai patria di nostalgici.
Nella piazzetta lessi opere d’arte … nulla mi piacque. L’arte è una relazione spazio-temporale, una significativa impronta immaginifica, non certo fantascienza.
E Parigi, nella sua pigra connotazione di centro europeo aveva perso il suo stendardo.
Solo un quadro mi affascinò. Rappresentava il buio. Come si può rappresentare una visione senza luce?
Semplicemente con un solo colore grigio/bluastro. Era una tela enorme, greve, fissata ad un palo della luce.
Una tela oscura, oscura come la personalità dell’artista donna noncurante dei passanti. Lei fumava una sigaretta in santa pace, calumet della pace con se stessa.
Silenziosamente leggeva nei suoi pensieri, forse troppo importanti per perdersi nella promozione dei suoi lavori.
Un grigio esasperato con note di blu elettrico, enigma che risolsi. Tra artisti c’è una sottile linea di raccordo, una familiarità che sottintende universalità. Conoscere i misteri dell’essenza cromatica e divertirsi nello svolgimento dei lavori.
Ho fissato a lungo quella tela, era quasi un invito ad entrare in una nuvola densa di elettricità o in un abisso marino.
Lo sfumato catturava delle forme, le stesse che si creano con soffiate d’aria sul fumo.
Avevo un caffè bollente tra le mani gonfie dal freddo e mi accesi anche io una sigaretta. Non avevo voglia di allontanarmi da quel quadro … forse era la rappresentazione del cielo parigino, visto da un tetto … La donna composta e solitaria si soffiò il naso e vidi il suo anello che stranamente era identico al mio. Un anello di rame ottonato con una sfera blu al centro di 2 volute.
Mi disse con poca voce roca che potevo fotografare il suo lavoro e la ringraziai per questo.
Era di origine etiope e mi fece vedere la foto di sua madre. Una madre assente da circa 10 anni. Mi parlò dei suoi sogni e senza dubbio detestava quella città. Voleva emigrare in Spagna ma non mi spiegò il perché. Lo lessi nel suo secondo quadro. Un ritratto. Un ritratto di un uomo perfidamente bello. Un ritratto senza posa, un’immagine catturata e rielaborata con tinte quasi grottesche.
Lo sguardo che impresse sulla tela era gelidamente profondo.
Mi chiedo oggi se fosse lo stesso sguardo di un pittore che conobbi a vent’anni. Lo stesso sguardo gelidamente profondo. Ma lui, diciamo il mio conoscente, viaggiò verso il Brasile, terra calda e accogliente, per gente bohemien, per uomini che amano la vitalità e fuggono da ogni nevrosi. Non lo seguiì, era giusto che affrontasse da solo il viaggio. Una esistenza particolare la sua, particolare come la sua bellezza. Adoravo a vent’anni la sua lunga treccia grigia e la sua voce, una fonia irripetibile, il suo italiano perfetto, le sue parole ricercate che rimbalzavano nella mia mente come gioco di abilità. Una fascinosa figura che mai scorderò. L’uomo che mi è vicino nel sogno, nelle notti buie, nelle solitarie ore di silenzio. Ecco perché mi venne da sorridere davanti a quel ritratto. Era l’immagine del mio amico in giro per il mondo.
Poi mangiai una cioccolata e mi allontanai per prendermi un kebab.
Parigi è intrisa di fantasmi resi celebri dalle tele d’autore. Le donne Klimtiane respirano ancora tra i muri dei palazzi restaurati , le modelle degli artisti, le prostitute e personaggi di alta nobiltà. Parigi con i suoi liquori amari e le tristi note di organetti. Musica studiata per intenerire i cuori della classe borghese indifferente, per colpire in modo subdolo le benpensanti.
Ho studiato molto i fenomeni culturali di fine ‘700, in un’Europa invasa dal pensiero di libertà, romanticamente concreta, sintatticamente varia nel suo interloquire.
Ebbi un Deja Vu. La visione di Danae, raggomitolata nel sogno, chiusa forse per il freddo. Danae con i suoi veli svolazzanti, dormiente solitaria.
E’ un quadro assolutamente tragico. E’ la rappresentazione della donna fuori legge … gli artisti da secoli amano rappresentare le esistenze dei poveri, le esistenze della classe diseredata, le esistenze gonfie di sperimentali acrobazie per sopravvivere.
Danae amata e odiata, Danae cattiva.mente libera da costruzioni artificiali di esistenze compassate.
Danae tradita.
La donna Etiope stava piangendo. E mi parlò di lui e delle sue promesse. La lasciò per amore di libertà ma la invitò a raggiungerlo a Cordoba dove viveva con una marsigliese. Fine di un amore o inizio di una amicizia?
Lei voleva sposarlo e per lui fu scontato riprendere i pochi bagagli e dileguarsi in quel buio rappresentato da lei nel quadro. In quel buio imprendibile forse davvero irriverente e malvagio.
Il gatto accanto al lampione fissava l’altra sponda del marciapiede e mi venne naturale seguire il suo sguardo. Vidi due imponenti gambe con grandissimi tacchi a trapezio in un movimento frettoloso verso la grande panchina … imponenti gambe che si accavallarono scomposte in attesa di qualche banconota.
Alzai gli occhi e vidi il volto perfetto della donna giunonica. Un volto senza età, libero da segni di espressioni. Un volto quasi bambinesco su un corpo già rilassatamente gonfio. Mangiava in modo smodato una fetta di dolce e chiamava il
gatto, che con nonchalance alzò la sua coda fumè e si girò per scomparire dietro ad altre gambe.
Questa è la Parigi degli anni passati. Questi i ricordi di vita d’artista, un po’ anche la mia.

 

 

VIAGGIO A LONDRA


La variabilità del tempo, reso tale da sussulti di stupid.power.
Il primo aereo che presi, per i vuoti d’aria, addolorò i miei timpani allo stesso modo delle grida di bob incolti e senza ego. Londra è l’illusione. Gli ingenui ci si adattano benissimo, solo per moda. Londra avanguardista di linee riprese da altri progetti sociali, progetti di libera interpretazione del reale. L’arte classica anglo.sassone non è altro che paesaggio. Paesaggio comunque vissuto male per la variabilità del tempo … lì il dio della pioggia, che io venero, esplica tutta la sua potenza …
L’odore melenso di Londra lo trovai nauseante. Nauseante come la maleducazione che lì impera … a Londra ero “faccia da spanish” particolarità che scatenava comportamenti di insofferenza e ingiustificato nervosismo.

L’albergo in cui vissi per circa 6 giorni era uno dei migliori, ma l’atmosfera era così pesante, noiosa e deprimente che iniziai a produrre una serie di scarabocchi, cartella di disegni che intitolai “The God save the queen, noi no”.


TAVOLA I
Acquerello su carta “Case di zucchero”
I viali bene di Londra con quelle facciate bianche, glassa di pietra funerea, mortale visione. Giardini anonimi, nel loro vuoto maltempo. Sembra tutto perfetto ma, dietro il fronte templare, mattoncini rossi incrostati di smog sono pareti di pianto. Pareti incrostate come l’essenza del sistema a piramide di impronta monarchica. Pareti che profilano piccole vie che è meglio non percorrere. Il cielo dal grigio pallido diventa man mano una poltiglia di vapore bianco confetto, così greve che sembra cadere da un momento all’altro sulla mia testa.


TAVOLA II
Penna biro su cartone “Tutta la storia del mondo”
Se entri al British Museum ritrovi la storia della storia. Ogni gioiello di arte, specialmente scultura , è in possesso di Londra. E’ una città illusoria che si fa scudo di storie altrui per difendere il suo “Status Simbol”. La mummia che rappresentai era certamente poco felice di essere esposta lì, proprio lì, esposta proprio dallo spirito colonizzatore che è sempre alla cassa, nel suo accumulo di tesori. Rappresentai la mummia, messa spudoratamente senza bende in vetrina, con il suo sarcofago ricomposto, la rivestii del suo corpo astrale, le ridiedi la libertà di non esistere in quel museo. Entrare in un museo è compiacersi della propria curiosità, ma il museo come ente estrapola dal suo contesto originale ogni verità storica, quindi ogni veritiera documentazione. Rappresentai il culto faraonico usando un colore da me inventato che ho chiamato “RU.BLO”. Accanto alla linea egizia posi sul foglio una Venere, anch’essa smarrita nelle sale anonime di un palazzo labirintico.


TAVOLA III
Pastelli su carta “Cappelloni a Londra”
Cambio della guardia, cappelli di peluche che inneggiano … La rappresentazione delle guardie reali così convinte di procedere col giusto passo mi fece realizzare un ironico quadretto, venduto in Grecia anni dopo.
Grandi, enormi cappelli neri, luccichio di spade, banda di ottoni e la moltitudine, che come me non sapeva se ridere o piangere. Dello spettacolo amai solo una scena … un taxi in viaggio pieno di scritte che per un attimo distolse l’attenzione di tutti.


TAVOLA IV
Pennarelli su carta, patinatura argentata “Tristezza a tavola”
Un the aromatico, una birra e basta … un tavolo anonimo in un bar del centro, una sigaretta che spinge il fumo su, verso le nuvole nere del cielo. Due labbra in primo piano, chiuse e serrate nel deludente addio di un occidente che gestisce gli orari di tutti gli abitanti della terra. Una lancetta spezzata sarà il tesoro per ogni persona che ascolta il suo tempo interiore.


TAVOLA V
Acquerello su cartone blu “Musica andata”
Volto di profilo di un vecchio punk, seduto fuori di un metro’, in tarda sera. Ormai senza dimora, al di là del cancello che non gli permette di avere un riparo. Acqua freddissima gli fa gocciare il volto e la sua tinta di capelli verdi è l’unica cosa vivace che gli rimane.

Il viaggio di ritorno fu liberatorio, una giusta evasione da realizzare al più presto … l’afa di Roma in pieno agosto mi riscaldò l’anima.